Giochi di Fabry

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Se sai Costruire, Costruire Devi...

Storia di Fabry

Storia di Fabry

Storia di Fabry: Ebbene si, sono nato in Svizzera ...

… a Malleray (Svizzera) nel cantone del Jura francofono e sono contento di aver vissuto la mia infanzia in quel piccolo paesino verde d’estate e bianco d’inverno, con tanti amici, tanto sport , libertà, spensieratezza e con un pizzico di incoscienza…
Storia di Fabry

“Questa foto dice tutto senza bisogno di spiegare. Sono lì, vestito con cura (1965), davanti alla Citroën DS bianca di famiglia  che sembra uscita da un altro tempo. Il cappottino, la cravattino, il berretto ed infine le scarpine… dettagli che oggi fanno sorridere, ma che allora erano semplicemente normali. C’era una certa dignità anche nei bambini, un modo di stare al mondo più composto, più silenzioso. Lo sfondo è quello di un paesino tranquillo (Malleray). Non c’è fretta, non c’è rumore solo il tempo (autunnale) di fare questa foto. Solo la calma  (non sempre) di un’infanzia semplice, fatta di cose piccole ma solide. Questa non è una foto “da mostrare”. È una foto “da ricordare”. E dentro quel ricordo ci sono già tutte le cose che poi racconto…”

.. non avevamo l’iPhone, il tablet, la Wii, la PlayStation, l’Xbox, le All Star e nemmeno Facebook, ma ci divertivamo comunque tantissimo. D’inverno non mancava mai la neve e durante le ultime serate di novembre, spesso piovose, era emozionante aspettare alla finestra sperando di vederla arrivare. Non sempre accadeva subito, ma prima o poi  arrivava. Quando la pioggia si trasformava in neve durante la notte, mentre dormivamo, al risveglio ogni cosa era coperta di bianco. Era il segno inequivocabile che il vero inverno aveva fatto il suo ingresso.
Le nevicate notturne, quelle che arrivavano all’improvviso e trasformavano la pioggia della sera in un tappeto bianco al mattino, erano le più emozionanti. Per noi bambini erano il segnale: via di corsa in soffitta, senza pensarci due volte, a tirare fuori sci e slittini. Quei giorni avevano sempre un’aria speciale, come se nell’aria ci fosse qualcosa di magico… e in fondo lo sapevamo: il Natale non era lontano.
Ci divertivamo con lo slittino, giocavamo a hockey e costruivamo igloo, ma alla fine lo sci è diventato la mia vera passione. Ho iniziato a quattro anni, con quei vecchi sci di legno, le lamine avvitate, gli scarponi di pelle e una buona dose di coraggio. Da quelle parti non c’erano maestri, quindi ho fatto tutto da solo. All’inizio cadevo anche su pendenze ridicole, ma piano piano ci ho preso la mano, fino a finire terzo in una gara di discesa libera, in mezzo a un sacco di svizzeri… e sono stato pure il primo italiano. Le piste ce le preparavamo noi bambini: sci a forbice, sci paralleli, quello che capitava.
E quando eravamo stanchi morti, spuntava sempre qualcuno con la motoslitta a darci una mano. Altro che gatti delle nevi: solo tanta voglia di stare insieme e un sacco di spirito d’avventura.

Storia di Fabry: Quando tutto questo non bastava ...

… a dieci anni prendevamo la corriera da soli, senza genitori, per andare sulle vere piste da sci. Per noi era un’avventura enorme, che ci faceva sentire grandi e liberi. Tornavamo a casa solo al calar del sole, stanchi e infreddoliti, anzi, parecchio infreddoliti, ma con il sorriso stampato in faccia e la sensazione di aver vissuto una giornata indimenticabile.
Forse, però, la cosa più bella era restare fuori a giocare con gli amici fino a sera, proprio quando iniziava a nevicare. Le luci delle strade si accendevano piano piano, creando un’atmosfera quasi magica, e le poche macchine in giro rallentavano fino quasi a sparire. Sembrava davvero che il mondo si fermasse per ascoltare il silenzio della neve. E la mattina dopo, con il termometro a -14°, si andava a scuola lo stesso, però quella magia era ancora lì, intatta, e tutto sembrava ancora più speciale.
Storia di Fabry
Le mamme non ci chiamavano sul cellulare, e il gel antibatterico nemmeno sapevamo cosa fosse. Loro rimanevano tranquille, e noi eravamo semplicemente bambini felici. Quando il maltempo non ci lasciava giocare fuori, e in Svizzera capitava spesso, ci rifugiavamo in casa. Lì la fantasia prendeva il volo: modellini in metallo pressofuso, mattoncini LEGO, e via che partivano per nuovi mondi. Non serviva altro per rendere speciale ogni giornata. Che infanzia meravigliosa.
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Malleray Svizzera (CH) - La strada che porcherravamo per andare in montagna

In estate, in fondo, non cambiava poi molto: il bianco della neve lasciava spazio a un verde brillante che copriva ogni angolo, e noi non stavamo mai fermi. Con il monopattino, a nascondino o in giro per i boschi, trasformavamo ogni giornata in un’avventura. Il bosco era la nostra palestra, e quel verde era il colore che accompagnava tutte le nostre scorribande. Persino il postino aveva un ruolo speciale: con la sua jeep diventava il nostro autobus personale, ci caricava e ci portava in montagna. Da lì iniziava la corsa nei boschi, tra risate e una spensieratezza che oggi sembra quasi irreale.

Storia di Fabry: E poi è stata presa la decisione ...

Storia di Fabry
Quando l'Enduro si chiamava Regolarità
… nel 1973 tornai in Italia. Qui i giocattoli lasciarono spazio ai giochi di società, alle infinite partite di calcio (tantissimo calcio) e al nascondino. Però, ogni tanto, quando mi stancavo del pallone, del nascondino e dei soliti giochi, tiravo fuori i miei LEGO e le mie macchinine. La cosa buffa era che gli amici, incuriositi, mollavano la loro partita di calcio per venire a casa mia, attirati dalla “magia” dei LEGO. E alla fine si univano tutti, entusiasti, a costruire e inventare mondi con quei piccoli mattoncini che trasformavano l’immaginazione in realtà.

L’adolescenza è arrivata in un attimo, portando nuovi interessi e un sacco di cambiamenti. Mia madre, con la sua solita premura, ha iniziato a portare in soffitta tutti i miei LEGO, i modellini di auto e camion, i soldatini… tutti quei piccoli tesori dell’infanzia. Finita la scuola e fatto il servizio militare, mi sono buttato subito nel mondo del lavoro: a quei tempi si iniziava presto e si lavorava tanto. La moto da Regolarità (Enduro) l’ho venduta, ma i miei giocattoli sono rimasti lì, al sicuro, ben custoditi in soffitta. Grazie a mia madre non è stato buttato via niente, né regalato: ogni ricordo è stato conservato.

Storia di Fabry: E se dopo tutto questo tempo ...

… quei giocattoli che avevano accompagnato la mia infanzia, invece di essere regalati o buttati, sono stati conservati tutti. Forse era destino che prima o poi li riscoprissi, perché mi hanno fatto rivivere ricordi preziosi e capire tante cose. Quei vecchi giocattoli hanno trovato una seconda vita, anche un po’ virtuale, proprio come vuole essere lo spirito di questo sito. E così è stato: nostalgia e memoria si sono trasformate in qualcosa di vivo, da condividere.
Storia di Fabry
Alla fine, tutto questo non è solo il racconto della mia infanzia: è il filo che unisce ciò che ero a ciò che sono diventato. È la prova che i ricordi non sono mai davvero passati, se abbiamo il coraggio di riaprirli e lasciarli parlare. I miei giocattoli, le corse nella neve, i boschi d’estate, gli amici, le scoperte, le cadute sugli sci, le risate, le piccole avventure quotidiane… tutto questo ha costruito il mio mondo, pezzo dopo pezzo, proprio come quei mattoncini LEGO che non ho mai smesso di amare.

Storia di Fabry: Il Bambino che Vive ancora in Me ...

Oggi, mentre li ritrovo e li condivido, capisco che non sto solo guardando indietro: sto dando un senso nuovo a ciò che è stato. Sto trasformando la memoria in un ponte, qualcosa che può unire generazioni diverse, emozioni diverse, vite diverse. Perché alla fine, la Storia di Fabry non è soltanto mia. È di chiunque abbia voglia di fermarsi un momento, aprire un cassetto, una scatola, una soffitta… e ritrovare, anche solo per un attimo, il bambino che è stato. E se questo sito riuscirà a far nascere anche solo un sorriso, un ricordo, una scintilla di meraviglia, allora tutto avrà avuto davvero senso.

Storia di Fabry
“Nella mia casa ho riunito giocattoli grandi e piccoli, senza i quali non potrei vivere. Il bimbo che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di sé e che gli mancherà molto.”

Pablo Neruda

Voglio ringraziare Stefania, che ancora oggi mi regala set LEGO e mi sopporta con una pazienza silenziosa. Un grazie speciale va a Eleonora, che mi ha aiutato a rivedere il sito nella sua fase iniziale e che, anche lei, continua a sorprendermi con nuovi set LEGO. Un ringraziamento va anche a mia sorella Federica, capace ogni tanto di riportare alla luce giocattoli ormai dimenticati, arrivando persino a dedicare loro un’intera stanza. Infine, grazie a Carmen: la sua accogliente mansarda di montagna mi ha offerto lo spazio ideale per riscoprire l’universo dei mattoncini LEGO, mentre lei preparava tortellini bolognesi insieme a Stefania. È proprio lì che, insieme a Eleonora, Matilda e Benno, abbiamo scoperto, o riscoperto la gioia di giocare insieme. Grazie di cuore a tutti Voi.

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